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Il 31 Ottobre del 1975 Freddie Mercury diede alla luce Bohemian Rhapsody.
I Queen decisero immediatamente di pubblicare la canzone come singolo, ma la EMI si rifiutò considerando 6 minuti un tempo spropositato per le emittenti radiofoniche. Per superare questo primo ostacolo Freddie lo portò di nascosto al suo grande amico e DJ Kenny Everett, che lo passò 14 volte nel solo weekend, suscitando un enorme interesse e sommergendo di prenotazioni tutti i negozi di dischi. Eppure dopo quarantaquattro anni il significato del testo rimane un mistero. I componenti della band hanno sempre sostenuto che l’unico a poterne spiegare il contenuto fosse lo stesso Mercury, che però non ha mai aperto l’argomento.
Vorrei aprirlo io, anche se so che non sarà la stessa cosa.
Oggi, è il 31 Ottobre del 2019, Freddie Mercury non c’è più, ma io sono qui davanti al computer e con la canzone nelle orecchie. Faccio colazione, preparo il mio latte e caffè. Mi siedo, spalmo la marmellata di albicocche su due fette biscottate, tre mi sono sempre sembrate troppe così come il numero di persone nei rapporti d’amore, ma questa è un’altra storia.
Inizio a pensare ad un ventinovenne Freddie che si siede al piano ed inizia ad accarezzare i tasti.
Cosa aveva in testa in quel preciso istante?
Non lo so, certo che non lo so.
Ma posso però sapere cos’ho in testa io, a 29 anni proprio come lui.

Capita spesso che io mi chieda:

Questa è la vita vera?
O è solo fantasia?

Si, caro Freddie. È che è da sempre tutto così labile, così effimero. Come se la realtà si sovrapponesse ai sogni o viceversa. E cosa succede quando non riusciamo più a distinguere i confini di ciò che ci circonda?
È nella nostra natura fare un’unica cosa, d’istinto.
Chiamare, impauriti, spaventati: “Mamma”.  
Confessare le nostre paure alla persona che ci ha messi al mondo.
E tu, in quel momento, caro Freddie, volevi esattamente questo.
Volevi rinascere, con Bohemian Rhapsody. Ecco cosa c’è, mi dico mentre mordo la prima fetta biscottata. Avevi bisogno di urlarlo a lei, per poter nascere di nuovo.

Mamma, ho appena ucciso un uomo.
Gli ho puntato una pistola alla testa,
Ho premuto il grilletto, ed ora è morto,
Mamma, la vita era appena iniziata,
Ma ora l’ho lasciata e l’ho buttata via
Mamma, Non volevo farti piangere
Se non sarò tornato a quest’ora domani
Va avanti, va avanti, come se niente fosse stato.

Chi hai “ucciso”, Freddie? Se non te stesso? Come ha fatto tutta questa gente, per quarantaquattro anni, a non capire che nel testo parlavi di te?
Ed io lo so, anche se non sono te. Lo so che parlavi di te.
Perché so cosa significa voler rinascere ed essere qualcun altro.

Apri gli occhi
Alza lo sguardo al cielo e vedrai

L’intimità del testo di Bohemian Rhapsody è tutto quello che da sempre ha caratterizzato la maestosità della canzone, che chiamarla così è anche riduttivo. Dentro ci sono molteplici mondi musicali. Si passa dal rock puro, all’opera lirica, ad uno stile che sembra prendersi gioco della musica stessa. È una continua allegoria. Cosi come lo sono i riferimenti a Scaramouche che è un personaggio della tradizione italiana della Commedia dell’Arte, un po’ fanfarone ma poi trasformatosi alla corte francese in un musico originale; a Galileo e ai suoi studi astronomici. Figaro è l’allusione più esplicita all’opera di Rossini, adorata da Mercury. Nel testo troviamo intense esclamazioni come “Bismillah!” che è la prima parola del Corano che significa “Nel nome di Allah!” e “Mamma Mia!” che, oltre a evocare italici riferimenti familiari e religiosi, è anche il titolo della canzone degli ABBA che seguì ‘Bohemian Rhapsody’ in vetta alle classifiche britanniche del 1975. Tutto questo in 6 minuti, tra musica, introspezione e confessione. Perché si, Bohemian Rhapsody è l’ammissione di sé: è un grido amplificato da crudi assoli di chitarra.

Addio a tutti, devo andare
Devo lasciarvi tutti ed affrontare la verità

In questo modo, caro Freddie, hai deciso di urlare al mondo intero chi fossi mentre io, quarantaquattro anni dopo, finisco il mio latte e caffè.

A proposito dell'autore

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Prolissa per natura, sintetica per pigrizia. Classe 1990, laureata in Economia aziendale, indirizzo amministrazione e controllo, amante delle emozioni e di tutto ciò che è autentico. Scrivere della vita, degli sguardi e degli occhi delle persone, delle storie che appartengono al mondo è la sua priorità. Curiosa, attenta osservatrice e caparbia. Leggere, scrivere, suonare, pedalare, meditare, viaggiare e ascoltare: ecco la ricetta per la sua felicità.

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