Oggi la Fedezione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) compie 122 anni. Un compleanno triste, come quello di tanti altri italiani che sono nati in questo periodo. Non ci saranno eventi, non ci saranno festeggiamenti. Può essere, tuttavia, un’occasione per tirare le somme di questa travagliata vita istituzionale, stando lontano dagli strepiti delle celebrazioni e dalla paura di voler guastare il buonumore.

La FIGC nasce, appunto, nel 1898 in un piccolo convivio presieduto da Enrico d’Ovidio, matematico algebrico, maestro di Peano e Segre. È ironico il fatto che, negli anni seguenti, alla Federazione sia mancata proprio la disciplina e la costanza degli assiomi e delle regole matematiche. Ben presto è diventata un ingorgo di eventi e personaggi, di avventure e passioni, di scandali e tripudi. Ma anche un prezioso capro espiatorio di malefatte, imbrogli, sotterfugi. In pratica, ha subito le vicissitudini e inquietudini di qualsiasi altra istituzione del nostro Paese, un continuo sali e scendi, con un fattore ulteriore, quello del tifo, che ha reso le salite più ripide e le discese più scoscese. Eppure questa rimane: la Madre del calcio più amato e praticato dello Stivale. Ha allevato tifosi, talenti, e tormenti. È stato forse lo specchio più fedele all’immagine del nostro Paese.

Ma andiamo con ordine: si inizia a Torino, la culla di una squadra sconfitta solo dal cielo, il Grande Torino, e dalla Madama sempre posizionata lassù, appena sotto il cielo, ma più in alto degli altri, la Juventus. Due società che non erano ancora nate (la città di Torino era rappresentata dal Football Club Torinese, dall’Internazionale Torino e dalla Società Ginnastica Torino), ma che divennero presto parte della storia che oggi comprende quasi 14 mila società, più di 60 mila squadre e circa 1.400.000 tesserati in campo ogni anno per oltre 600 mila gare.

Due mesi dopo quel 26 marzo si giocò il primo campionato, in un’unica giornata. Il Genoa vinse il primo dei suoi nove scudetti. Per la prima volta della Nazionale bisogna aspettare ben dodici anni, in cui gli azzurri scesero in campo con una maglia bianca, contro la Francia. Arriveranno, nel corso dei decenni, quattro campionati Mondiali e un Europeo, alcuni disastri e tante belle selezioni che ci offrirono spettacolo.

Le selezioni che, voce populi, sarebbero state le favorite non vinsero mai, come nel 2002 o nel 1978. Vincemmo, invece, quando la federazione venne sommersa dagli scandali: con il Totonero nel 1980 (a cui seguirono delle squalifiche per i due anni seguenti) e con Calciopoli nel 2006. L’Italia sa stringersi a coorte di fronte al pericolo. Ecco dunque, il lato oscuro della FIGC: gli scandali e i commissariamenti che non si è mai fatta mancare e da cui, pare, non sia mai riuscita a trarre degli insegnamenti. Nell’ordine: la tangente del Torino nel 1927, le lettere anonime del 1948, la tangente di Pro Patria-Udinese nel 1954, il commissariamento del 1958 per il “disastro di Belfast”, Totonero nel 1980, Totonero bis nel 1986, i passaporti “puliti” nel 2000, Calciopoli nel 2006, Calcioscommesse nel 2011 e le dimissioni di Tavecchio in seguito alla mancata qualificazione ai Mondiali del 2018. Senza dimenticare i fallimenti e le classifiche stravolte delle Serie minori.

Oggi gli stadi sono vuoti, sia sugli spalti che in campo; i campionati sono sospesi o rinviati. C’è un silenzio assordante che chiede che questo vuoto possa essere riempito dai valori culturali dello sport: il rispetto, l’impegno, la lealtà.

Buon Compleanno FIGC!

A proposito dell'autore

Paolo Claudio Ratti

Nato a Torino, cresciuto ammirando personaggi sportivi e le loro imprese: il pirata Pantani a Courchevel, il “fallo” di Iuliano su Ronaldo o il sorpasso sul “cavatappi” del Dottor Rossi, solo per citarne alcuni. E’ un buongustaio, nonostante non sappia cucinare; ama i film impegnati, eppure non disdegna i peggiori B-Movies statunitensi; si considera un poliglotta: parla, infatti, correttamente, Italiano e Piemontese; i paradossi, come si sarà capito, sono il suo forte. Il suo motto: “Be careful of the cat. Don’t say you have the cat in the sack when you don’t have the cat in the sack”

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