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In una corsia di ospedale, in una piccola stanza che affaccia su Piazza Sassari, nel reparto di Ostetricia, durante un turno qualunque di volontariato, accovacciata su un letto bianco con una trapuntina celeste, una diciassettenne delle Filippine mi ha ricordato cos’è l’amore. Appena sono entrata nella sua stanza ci siamo guardate con un’aria spaesata, la paura di dire qualcosa di sbagliato, la sensazione – però – di essere al posto giusto nel momento giusto.

Il reparto di Ostetricia è angusto, a tratti opprimente, non sembra affatto il luogo migliore in cui venire al mondo. La scritta “Sala Parto”, fatta col pennarello sulla porta, si vede a malapena, e non è bastato scriverlo due volte su ante diverse, il peso degli anni sta tutto in quell’inchiostro sbiadito. Ci sono ovunque cartelli del tipo “non toccare i lettini”, “non appoggiarsi al carrello”, “non bussare al nido fuori orario”. Quest’ultimo mi fa sempre ridere: perché diavolo dovrei voler disturbare il sonno di creature innocenti appena nate che strillano al primo soffio di vento? Però, se hanno messo un avviso simile, forse qualcuno, oltre ad averlo pensato, lo ha anche fatto. Qualcuno di coraggioso, senz’altro. Comunque, tutto il reparto, almeno a me, trasmette una discreta ansia, e non sono le statue di gesso della Madonna, – non nel senso che sono bellissime, ma nel senso che raffigurano la Madonna- o le pareti metà di legno e metà verde mela (che già basterebbero a spaventare un interior designer due), no. Non è solo per questo. Sono anche i soffitti i bassi, la poca luce, le porte anguste per entrare nelle camere e l’idea che lì in mezzo nascano bimbe e bimbi del domani, fa sembrare tutto più angosciante. Eppure, proprio in mezzo a tutto questo apparente decadimento – metafora perfetta per un reparto di ostetricia, no? – sul suo letto, candida e serena, ho incrociato gli occhi profondi e luminosi di una giovane, incredibile, donna.

Da subito, mi sono chiesta cosa ci facesse, perché fosse sola, perché non ci fosse una culla. Perché non avesse un pancione. Mi sono morsa l’interno della guancia per non pensarci e non chiederglielo, del resto non ero lì per farle l’interrogatorio. La mia collega ed io ci siamo presentate, sorridenti, audaci e sicure, ma anche un po’ intimorite dal piccolo titano che avevamo di fronte. Solo che noi non lo sapevamo ancora. Ci metteva in soggezione la sua timidezza, che contrastava col suo bellissimo sorriso. Così passiamo alle presentazioni, qualche domanda di routine, le chiediamo come sta, come va la scuola – del resto era lecito pensare che andasse tutto bene –. Parliamo di cose che, insomma, vorresti chiedere ad una diciassettenne qualsiasi. Poi, si, insomma, glielo abbiamo domandato. Se potevamo saperlo, chiaramente. “Se non siamo indiscrete, possiamo sapere perché ti trovi qui?” In realtà non sono stata io a dirlo, ma Eleonora. Per fortuna. Allora lei ha alzato le spalle, ci ha sorriso, ha detto “Certo, non c’è problema”. Non sarebbe stato affatto un problema raccontarlo a noi, due sconosciute.

Prende un respiro, piccolissimo, quasi impercettibile. Ci parla di una gravidanza, un rapporto non voluto, la violazione del corpo da qualcuno che senti vicino.
Le mie mani iniziano a sudare, penso subito che non sono la persona giusta per parlare con lei. Mi mordo di nuovo l’interno della guancia, ma non dico niente, la guardo e basta. Lei sorride e io abbasso la testa. Ma come fa a stare tutto lì dentro? Insomma, sarà alta a malapena un metro e sessanta, magra, con dei capelli lunghissimi e neri. Ma com’è possibile? In quali pieghe si sarà insinuato tutto quel dolore? Dove avrà riposto il ricordo aberrante e sconvolgente della negazione del corpo, della brutalità di quell’attimo, della ferocia del dolore, della paura, della vergogna? Sono cose che non posso spiegarmi, non oso neanche immaginarle. Magari non voglio neanche, perché proprio non ci riesco. Temo di pronunciare parole fuori posto, dire cose che potrebbero solo peggiorare la situazione. Per questo non dico niente, quasi mi sforzo. È qualcosa che non posso accettare e che mi fa rabbia e spavento insieme. Mi esce un sospiro grave, quasi come se stessi per affogare. Spingo via le lacrime dagli occhi con un gesto e rimango ancora in silenzio. Penso che mi dispiace, che non è giusto, che una ragazza così giovane e così bella non può e non deve trovarsi lì, in un letto di ospedale, a vivere con la consapevolezza di essere stata violentata e di aver perso un figlio. Non riesco neanche a immaginarmelo. Mi tiro giù le maniche della felpa in continuazione, forse mi sento nervosa, oppure sono solo triste. Non riesco a decifrare il mio stato d’animo, sono sopraffatta e – solo per un attimo – a disagio. “Mi dispiace” mormoro così, di riflesso, quasi come se un pensiero che ha preso corpo dentro di me si sia materializzato senza il mio consenso. Sembra la cosa più idiota da dire, lo so. Ma come si controllano le reazioni di fronte a questi macigni? Mi guardo con Eleonora, ci intendiamo subito, abbiamo il cuore colmo di tristezza. Ammutolite, cerchiamo conforto avvicinandoci un poco, ma senza fiatare.

Allora, lei ci osserva per un attimo, anzi ci scruta, ma non per metterci alla prova, per aggrapparsi. Lo capisco quando, di nuovo, sorride. E lo fa in un modo che non spaventa più, ma rasserena. “È tutto okay, lo so”. Dice solo questo, e sembra quasi niente, ma è sufficiente. Anzi, è tutto: è un abbraccio che ci scambiamo senza neanche toccarci. E io la sento benissimo, nonostante abbia quasi sussurrato, la sento come se avesse urlato, come se me lo avesse detto nell’orecchio. Le sorridiamo anche noi, e non mi importa più tanto se dico qualcosa fuori posto o non mi sento all’altezza, perché non posso assolutamente negare a me stessa questo momento e il suo infinito incanto. Mi viene voglia di sederle di fianco, dividere il peso della sua sofferenza, attraversarla insieme. In mezzo a quelle pareti verdi, alla luce fastidiosa delle lampade al neon, alle urla dei neonati nei corridoi, è successo un piccolo miracolo.

Non ci ha raccontato altro della storia, siamo rimaste lì a parlare di amici, scuola, lo sport, il cibo, la famiglia. Era scattata, tra di noi, un’intesa silenziosa che rendeva me e la mia amica custodi della sua verità che, per nessuna ragione – o almeno, non in quel momento – avremmo dovuto tirare fuori. Abbiamo preso un altro enorme vaso di Pandora e abbiamo chiuso a chiave tutto quel male, ci siamo dimenticate della sua esistenza, siamo ritornate, insieme – per mano – alla vita. La pizza, gli amici, la domenica, i fratelli chiassosi, la danza, la scuola. Il desiderio di fare medicina all’università che emoziona più di qualsiasi altra cosa. La sua titanica tenacia di sopravvivere, crescere, diventare qualcuno e l’ambizione che muove i fili della speranza. Aggiunge di voler fare la pediatra, perché le piacciono i bambini e il mio cuore fa un tonfo, sprofonda in quella sensazione di inadeguatezza. Ma lo supero quasi subito, devo.

Non mi sentivo così emozionata e grata da tanto. Mi commuove l’idea di una adoloscente che ha appena perso un bambino desideri fare la pediatra, mi commuove perché non riesco a spiegarmi come diavolo faccia. La bellezza di quel desiderio, anche adesso, mi spinge a credere che si può sempre morire e rinascere da sé stessi. “Si, sarebbe davvero fantastico, secondo me saresti bravissima”. E lo credo davvero, non lo dico per compiacerla o per pietà, ma perché quella piccola creatura mi sta rimettendo al mondo.

Ed è una cosa veramente curiosa che tutto questo sia successo nel reparto di Ostetricia, in cui nascono nuove vite. Era tornato tutto perfettamente in ordine, sembrava che ogni cosa fosse al suo posto e che, per la prima volta dopo tanto, mi trovavo esattamente dove dovevo essere. Con l’aiuto, inconsapevole, di una diciassettenne dai lunghi capelli neri, mi sono sentita come se ne valesse di nuovo la pena, come se quell’incontro, la scelta di entrare in quella stanza, sia stata più che mai provvidenziale.

E io alla Divina Provvidenza non ci pensavo dai banchi di scuola, ma per fortuna quel giorno l’ho sentita forte e chiaro. Ho sempre creduto, però, al destino, anche se in misura minore. Ho anche provato riconoscenza verso la vita, lontana però da quella retorica così moderna, quella che ti porta a pensare “l’odore del pane, del mare, dei fiori, che bella la vita”. No, così è nauseante. Certamente veritiero, ma nauseante. Ho provato gratitudine perché ho avuto la prova che certi miracoli, quelli che ti provano l’esistenza di una bellezza vera, di uno spirito di vita che va oltre le cose quotidiane che noi non vediamo, esistono per davvero. Non è neanche necessario andare troppo lontano, imbarcarsi per viaggi spirituali o cammini per sentieri impervi. Basta solo un cuore puro che riesce a dimostrare il coraggio e attaccamento alla vita. Una forma, quindi, meno consueta d’amore.

E così, inevitabilmente e per forza, ho pensato all’amore, quell’amico ormai lontano – quasi come la Divina Provvidenza – il cui pensiero non mi sfiorava da un po’. Ci ripenso perché mi è sembrato di vedere, per la prima volta, che l’amore ha davvero tante forme, colori, volti diversi. Ho sempre rifiutato di pensarci nell’ultimo periodo, perché mi procurava dolore e un certo prurito. Si parla sempre troppo d’amore, secondo me. Ma non posso farne una colpa a nessuno, perché questo è un problema mio e non mi piace dover ricondurre sempre tutto ad esso. Anche se è così, il più delle volte. L’amore è un motore che mette in movimento, conduce la nostra vita, nonostante ci sia qualcuno, come me, che è un po’ più reticente.

In quel momento, però, non potevo non tenere in considerazione tutto questo. Non potevo far finta che non ci fosse amore, un amore disperato, tenace e feroce, come quello che tutti ricerchiamo da qualche parte. Sì, anche io. Forse il mio problema è che non ci ho mai creduto troppo, molto spesso mi sono rifiutata di chiamarlo per nome, e ho sempre creduto che l’amore fosse una debolezza. Sì, in maniera del tutto arbitraria, ho deciso che io sono superiore, che l’amore non è qualcosa di cui ho bisogno. L’amore è una debolezza e io non posso concedermela. È difficile da dire, ma forse l’amore è diventato come una sorta di nemico che io devo contrastare. Credo di pensarlo ancora adesso, in qualche modo, e ci sto lavorando. Ma non è così, e questo lo so, lo so bene. Il mio è un problema di fede, non ci credo abbastanza. Diciamo che non ho mai incontrato predicatori troppo convincenti, e questo, purtroppo, conferma la mia tesi. Forse, più banalmente, lo nego a me stessa. Ma quella sera, tra la luce al neon e le pareti verde mela, nella confusione di un ospedale, ho creduto all’amore. Non mi è sembrata una debolezza. 

A proposito dell'autore

Maria Letizia Stancati

Nata a Cosenza nel 1994, vive da sette anni a Roma. Laureata in Filologia Moderna, attualmente tenta di rendere produttiva la sua laurea seguendo un Master e facendo tutti i lavori possibili. Ama la musica, viaggiare, la vita la coinvolge totalmente e vorrebbe scoprire il mondo. La sua passione più longeva è sicuramente la lettura, il primo libro che ha letto è “Giovanna nel Medioevo” e ha pianto senza ritegno dopo aver terminato “La piccola Principessa”. Incapace e negata per ogni tipo di sport (ma è fiera di aver praticato basket per una settimana), ama correre con le cuffie nelle orecchie e camminare per tutta Roma. Introversa, apparentemente timida, molto logorroica, ma pur sempre sincera, leale, solare . Il suo gruppo preferito sono gli Oasis, e mentre spera che tornino insieme, immagina sempre come sarebbe la sua vita se la smettesse di sognare ad occhi aperti.

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