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Una guida informale alla prova scritta dell’esame da avvocato

Nel presente elaborato si esamineranno esaustivamente le principali questioni sottese allo svolgimento della prova scritta dell’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense, principiando dall’addentellato normativo per poi transitare al dato empirico, non senza una esauriente rassegna delle tecniche e degli espedienti che ben si conciliano con gli intenti dei candidati di conseguire l’ambito esito positivo.

No, in realtà no. Non qui, almeno.

È un suono pungente, intermittente, fastidioso. Parlo del metal detector portatile. Davanti a me c’è un agente in divisa della polizia penitenziaria, quarant’anni, la faccia stanca, con il metal detector in mano. Me lo passa lungo le braccia, poi sul torace: emette un suono disturbante, almeno per chi – come me – è sveglio dalle sei meno venti.

Ho fatto un’ora di treno, in piedi, poi trenta minuti di cammino dalla ferrovia al capannone – nel mattutino gelo artico di fine autunno – venti in fila per consegnare il cellulare, venti per il bagno, venti per il bar, quaranta per entrare nell’area controlli.

A un certo punto il metal detector suona, ma è solo la cerniera del cappotto. «Apra la giacca.» Mi controlla, poi mi fa segno di andare avanti e mi svuotano la borsa su un tavolo. Non ho mai capito perché dicano di portare borse trasparenti e poi le svuotino comunque. C’è un panino provola e prosciutto, un pacco di cioccolatini, zucchero, grissini.

Il padiglione della sede per concorsi a Roma è fondamentalmente una mezzaluna di lamiera, che sorge nel niente assoluto. Dentro ci sono duemila banchetti pieghevoli, duemila sedie di plastica, un centinaio tra agenti di polizia penitenziaria, cancellieri, sanitari, oltre alla commissione.

Esci di casa alle sei, entri nel padiglione alle nove, dettano la traccia a mezzogiorno, consegni alle otto di sera, esci alle nove, arrivi a casa alle undici. Per tre giorni stai seduto più o meno ininterrottamente per dodici ore, con gli agenti della penitenziaria che passano tra i banchi e un freddo boia.  

Ecco, questa è il primo consiglio per tutti gli aspiranti avvocati. L’esame di stato è, prima di ogni altra cosa, un’esperienza di vita. Sul calendario sono tre giorni, ma dentro al padiglione, si vivono come un unico, infinito giorno, liquefatto di 72 ore.

Ci sono sedi d’esame piccole, con pochi candidati, in cui la prova scorre più agevolmente, ma nelle grandi città sarà fisicamente e psicologicamente estenuante. Portate cibo in quantità industriale, principalmente zuccheri semplici, ma anche i complessi (come la parmigiana della nonna) sono utili.

L’esame sarà a dicembre e non tutte le sedi sono riscaldate. A Roma, nel capannone fa un freddo boia. Conviene vestirsi a cipolla. Una cipolla corazzata. Una cipolla corazzata nucleare, con triplo calzino e felpone. Lasciate gli abiti doppio petto blu elettrico da fricchettoni a casa, nessuno vi calcolerà, nessuno avrà il minimo interesse per l’abbigliamento. Lo porterete all’orale, per far vedere alla commissione che ci tenete all’etichetta. Allo scritto, alla quattordicesima ora consecutiva, qualunque vestito vi peserà addosso, meglio che sia comodo: la tuta è raccomandata. Nelle sedi grandi anche il berretto, se lo fanno entrare.

Ora qualcuno smetterà di leggere e si chiederà perché non parlo di quali siano i codici annotati migliori, di quali corsi seguire, di come strutturare il parere, per intenderci di tutte le solite stupidaggini che si trovano scritte in qualunque guida for dummies all’esame di avvocato. Perché, per quelle cose, non esiste un metodo giusto o sbagliato. Tutti i codici sono egualmente utili, basta saperli usare. E magari anche saperli rivendere quando è finito l’esame.

I corsi servono se non hai mai scritto un parere e non sai come si fa. Il parere è un tipo di atto assai raro nell’esperienza di un praticante. Anzi, il parere – per come si aspettano di leggerlo i commissari – è un atto inesistente nella vita reale. Un corso può essere adatto per fare esercizio, per capire cosa scrivere e come. Non disperatevi se il vostro metodo è diverso da quello degli altri. Ogni corso ha una sua scuola di pensiero: chi dice di iniziare con il riassunto dei fatti, chi di partire subito dalla questione giuridica, chi di fare in premessa un quadro delle norme.

Due cose sono certamente importanti: avere una grafia chiarissima, cristallina, quindi niente sgorbi da dottori, e uno stile snello, limpido, semplice. Niente trattati dogmatici o discettazioni astruse sui fondamenti ontologici della giuridicità. Questo articolo inizia proprio come – non – dovrebbe iniziare un parere dell’esame di avvocato. Basta un’analisi ragionata, mirata, asciutta del caso giuridico.

Dette queste ovvietà, va ricordato che per accedere all’esame servono diciotto mesi di pratica, durante i quali si ha poco tempo libero, nonché, tristemente spesso, poche prospettive e gratificazione economica. Dopo la pratica, moltissimi candidati frequentano corsi di preparazione all’esame, dispendiosi e solo a volte utili.

Si arriva alla seconda decade di dicembre già sfiniti, consumati dalla vita, pronti al pensionamento anticipato. Il consiglio è lottare, comunque, fino all’ultimo minuto, senza cedere alla rassegnazione o all’ansia.

Ogni prova dura otto ore. Bisogna ragionare con calma, impiegando ogni minuto. Perché un minuto può fare la differenza, per accorgersi di un errore, di un’eccezione, di una norma sfuggita a prima lettura. Chiusa la busta, ogni errore potrà essere fatale e – purtroppo – irrimediabile.

Dopo la consegna, bisognerà poi aspettare sei mesi per i risultati, che escono tra fine giugno e inizio luglio. Il risultato è numerico, da uno a cinquanta per compito. I voti non sono (quasi) mai accompagnati da un giudizio, solo il numero. Se non superi la sufficienza, non accedi all’orale. «Ritenta la prossima volta, sarai più fortunato». Il voto è espressione della “discrezionalità tecnica” della commissione. Significa che è sostanzialmente insindacabile, quindi se siete andati male mettetevi l’anima in pace.

L’anno scorso hanno partecipato all’esame poco meno di 23.000 candidati. Soltanto 10.000 hanno avuto accesso alle prove orali. In quei giorni la tensione e la stanchezza sono particolarmente intense, quindi può capitare di sbagliare, di scriver male, di articolare in modo confuso il ragionamento. Oppure, anche avendo scritto bene, può capitare che non si riesca a convincere la Commissione.

Per tutti gli aspiranti avvocati: affrontate l’esame con un pizzico di ragionata rassegnazione e con serenità. Anzi, magari riflettete bene sul proprio futuro.

In Italia il settore legale è stato a lungo soggetto a una pericolosa inflazione: l’offerta di laureati in giurisprudenza scavalca la domanda ed è difficile essere assorbiti dal mercato del lavoro, se non si hanno skills particolari. In questa cornice, il peggior settore è proprio quello dell’avvocatura. Tra obblighi previdenziali e assicurativi e tasse d’iscrizione, fare l’avvocato è un lavoro abbastanza costoso.

Capite se il gioco vale la candela. Oggi, fare l’esame per “avere il titolo” non conviene. Non più, almeno. È meglio investire il proprio tempo in altro. Se invece, si vuol fare questo mestiere, non sarà facile. Ma, esperienza (quasi) personale, è una professione che da soddisfazioni davvero impagabili e poi qualcuno ha detto che «niente di bello si ottiene senza fatica».

***

Ecco, qui finiva il mio articolo per come pubblicato il 2 dicembre 2019 su “Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei Ventenni”. Da quel momento ci sono state novità sull’esame? Forse sì, forse no.

Una nota ufficiale ha sollecitato i candidati ad aggiungere in calce all’atto la relata di notifica. Ora, sulla relata vi dico la mia. I commissari tengono in elevata considerazione nelle prove scritte quegli elementi da cui possano desumere quanto fruttuosamente abbiate svolto la pratica effettiva. Sarà così anche all’orale, in cui vi chiederanno spesso cose “pratiche”, persino come si compila il registro notifiche.

Quindi, perdete mezzo pomeriggio in più e imparate la relata.

E poi fateci (e fatevi) un piacere. Basta foto dei codici, di tavolini imbanditi per il picnic del diritto, di “norme divertenti”. Una, due, tre. Poi basta. Siamo a pochissimi giorni dall’esame, vivete questo momento come una vicenda intima, personale. Compratevi qualcosa, mangiate sporco, guardate qualche serie tv. Non lavorate.

Non leggete i codici. È come leggere un dizionario per prepararsi a scrivere un tema. Ripassate i formulari di atti e pareri, imparate la dannata procura, la dannata relata, la dannata epigrafe.

Se siete studenti di corsi in magistratura e pensate che il vostro profondo studio in quell’ambito vi garantirà di passare l’esame, siete fuori strada. L’esame d’avvocato non è “più semplice”, è diverso. L’approccio, le competenze e la tecnica sottesi al parere sono diversi da quelli richiesti per il tema. State molto, molto attenti a calibrare il vostro lavoro.

Basta.

Ora che l’esame è davvero alle porte, voglio augurare a tutti i candidati (e spero futuri colleghi) il meglio per le impegnative prove della prossima settimana. Dopo il terzo giorno, andate a divertirvi, prendetevi una settimana di ferie, svuotate la carta di credito con lo shopping natalizio e dormite sereni fino a giugno.

Se sarete passati all’orale, ne avrete di tempo per dormire preoccupati o per non dormire proprio. L’orale, come difficoltà, varia molto in base a tanti concorrenti fattori, non ultimo la specifica composizione della vostra sottocommissione, informazione che in molte Corti saprete solo dopo gli esiti. Con un po’ di sfortuna, la prova orale può diventare un incubo, con il rischio notevole di essere bocciati, vanificando anche il positivo risultato dello scritto.

Ma questo, fino a giugno, non dovrà interessarvi, pensate al vostro futuro, costruite qualcosa di vostro.

Prima di allora, di queste e d’altre – altrettanto inutili – cose forse mi occuperò in un prossimo articolo.

Articolo già pubblicato sul “Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia” di lunedì 2/12/2019

A proposito dell'autore

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Davide Gambetta è Ph.D. Researcher in Scienze Giuridiche e Politiche a Roma. Si è abilitato alla professione di avvocato presso la Corte d’Appello capitolina, dopo esperienze da giudice arbitro in un tribunale arbitrale e da redattore in varie riviste giuridiche. È autore di un volume in materia di istruzione probatoria in arbitrato, di oltre cinquanta articoli in materia giuridica, nonché di un editoriale in lingua inglese per la NEU – Newsletter for the European Union. Oggi si interessa di diritto amministrativo e in particolare di ottimizzazione dei procedimenti amministrativi, di decision making pubblico, di forme consensuali per l'esercizio dell’azione amministrativa e di sussidiarietà orizzontale, collaborando anche con un’Amministrazione locale in materia di valorizzazione e tutela giuridica di beni culturali di carattere etnologico.

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