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Il nuovo governo si troverà ad affrontare molteplici problemi. Per risolverli, dovrebbe usare la democrazia diretta oppure affidarsi ai leader?

Nel 2009, una crisi economica ha cambiato completamente il panorama mondiale. Barry-Wehmiller, una grande azienda manifatturiera americana, vide in poche settimane diminuire i propri ordini del 35%.
Era un’azienda organizzata per fabbricare molti più prodotti di quanti ne fossero richiesti dai clienti, e ciò significava, tra le varie cose, che possedeva più personale di quanto ne avesse bisogno. Le previsioni di bilancio parlavano già di una perdita di almeno 10 milioni di dollari: un disastro.

La soluzione era una sola, e il consiglio di amministrazione era pronto a votare per approvare i licenziamenti. Di tutt’altra opinione erano invece i dipendenti, che avrebbero preferito tenere i loro posti saldi, sebbene questo significava rischiare la bancarotta aziendale. Quale delle due decisioni prendere? I licenziamenti oggi o la bancarotta domani?

Ambedue le scelte sono difatti molto negative e provocano pesanti conseguenze, ma Bob Chapman, il manager dell’azienda, decise di adottare un’altra soluzione.

Invece di far soffrire molto qualcuno, è meglio se soffriamo tutti, ma soltanto un po’ ”.

Decise di dare ad ogni dipendente, dagli operai ai dirigenti, un mese di ferie non retribuito, riducendo,così, sia la spesa degli stipendi che la produzione, contenendo i costi e migliorando il clima in azienda.

Bob Chapman poteva benissimo lavarsi le mani, proporre la scelta difficile e de-responsabilizzarsi dalle conseguenze,ma un leader arriva fin lì proprio per questo: perché a differenza degli altri non vede il mondo in bianco e nero, sa che per ogni decisione ci sono almeno 50 sfumature di grigio, e lui sceglie la sfumatura più idonea, prendendosi le responsabilità delle sue scelte.

In quegli stessi anni, in Italia nasceva il MoVimento 5 Stelle, che alle ultime elezioni politiche è stato il primo partito italiano.

Il MoVimento ha introdotto al grande pubblico il concetto di democrazia diretta, ovvero l’utilizzo della consultazione popolare per le decisioni più importanti. Recentemente, anche il PD ha annunciato l’uscita, nelle prossime settimane, di un’App che permetterà agli iscritti al partito di esercitare il voto sulle “grandi scelte”. Appare quindi scontato che il nuovo governo, composto principalmente dal M5S e dal PD, userà la democrazia diretta sempre di più rispetto ai precedenti governi.

Ma è davvero questa l’arma giusta per migliorare le sorti dell’Italia?

Tornando alla storia iniziale, la democrazia diretta non avrebbe salvato l’azienda manifatturiera Barry-Wehmiller, ma avrebbe reso più semplice prendere decisioni difficili come quella di licenziamenti di massa. Anche in politica la democrazia diretta sembra esser presa per fare delle scelte difficili. Non è un caso che le scelte più discusse del M5S siano state “approvate” dopo la consultazione degli elettori. Ad esempio, la nascita del precedente governo giallo-verde (che difatti si è sciolto velocemente) oppure l’immunità di Matteo Salvini o il cambiamento del “limite di mandato”.

Fa riflettere che le azioni di cui il governo è più orgoglioso non siano approvate singolarmente dalla democrazia diretta, o comunque abbiano subito adattamenti nella loro esecuzione. Nel discorso di fine governo giallo-verde, il presidente del Consiglio Conte ha elencato con orgoglio le migliori iniziative di governo. Tra queste, c’erano il reddito di cittadinanza e quota 100.

Il reddito di cittadinanza è stato da sempre il cavallo di battaglia del M5S. Lo scorso anno, l’INPS preannunciva che il costo di tale provvedimento sarebbe stato di circa 38 miliardi, sebbene per il M5S i costi previsti erano circa la metà, 17 miliardi. Scopriamo, invece, che in questo primo anno il costo totale del reddito di cittadinanza sarà di circa 4 miliardi, ovvero circa un quarto di quello stimato dal M5S. Il motivo è semplice: i requisiti per ottenerlo sono più selettivi e gli importi erogati sono diminuiti rispetto all’idea iniziale che il M5S aveva in mente. Questa è stata una scelta che il governo ha preso spontaneamente, senza interrogare i propri elettori, per un motivo ben preciso: il budget a disposizione non permetteva di poter fare un reddito di cittadinanza completo, ampio e ricco, senza rinunciare a “quota 100”, un’altra misura che il governo giallo-verde aveva scritto nel contratto. C’era da fare una scelta: “volete il reddito di cittadinanza oppure quota 100?” Ebbene, è proprio qui che i leader sono entrati in azione ed hanno fatto la scelta ritenuta migliore, assumendosene la responsabilità. Hanno scelto di fare entrambe, cercando un modo di poter far tornare i conti. Ed ascoltando il discorso di fine governo del presidente Conte, fare entrambe è stata qualcosa di cui andarne orgogliosi.

Tornando all’ attuale governo giallo-rosso, una delle prime azioni è l’accordo sui migranti fatto assieme a Germania, Francia, Malta e Finlandia. Adesso, i profughi salvati dalle ONG verranno ridistribuiti in questi paesi, e non saranno costretti a restare nel paese di sbarco. Il governo ha quindi scelto di non chiudere i porti alle ONG ed allo stesso tempo ha iniziato ad affrontare il problema, più mediatico che economico, di dover accogliere più migranti. Questa scelta è difatti un compromesso che non sarebbe stato possibile scegliere in un quesito della democrazia diretta del tipo “porti aperti o porti chiusi?”. La realtà è che tra queste due alternative estreme, ci sono moltissime altre decisioni che il governo potrebbe prendere per risolvere la crisi migranti, come ad esempio un accordo sulla ridistribuzione.

Di fronte alle decisioni difficili, le scelte da leader possono dare risultati migliori rispetto a quelli ottenibili dalla democrazia diretta. Ma bisogna avere politici pronti a prendersi il tempo, le risorse e la responsabilità delle scelte. Serve solo la volontà.

Verrebbe quindi da chiedersi:

“Vogliamo poter scegliere tra due decisioni difficili oppure preferiamo che i leader trovino il modo migliore per risolvere i problemi del paese?”

A proposito dell'autore

Rocco Stirparo

Calabrese, 30 anni. Laureato a Pisa e dottorato in Belgio (ricerca sul cancro). Amante degli esempi e delle metafore, adora raccontare e scrivere storie. Curioso da impazzire, è un ricercatore del dettaglio e delle sfumature, ma spesso perde di vista la sostanza. Oltre al suo ambito di studi, si interessa di tecnologia, start-up, politica, innovazione e tante altre cose su cui non è affatto preparato. È negato a scrivere autobiografie e giocare a tennis. Fondatore entusiasta di DNA Disk

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