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Mario Grande è una trentaduenne nata a Scigliano, ma naturalizzata cosentina doc; attivista dei diritti LGBTIQ+ dalla primissima ora; le piace definirsi “attivista di vita”; membro del direttivo Eos Arcigay Cosenza per sei anni; Transgender; amica di luga data.

L’idea dell’articolo è nata da un aneddoto curioso: un amico comune [mio e di Mario n.d.r.] ha annunciato su Facebook la sua prossima partecipazione ad un programma televisivo. Nella descrizione dell’intervistato, all’interno del post del programma tv, era inserito l’aggettivo “bigenere”. 
Non avendo mai sentito questo termine ho subito contattato Mario, la mia amica informata sui fatti, per colmare la mia lacuna. 
La discussione che ne è seguita è stata così divertente, che ho pensato di estenderla a tutti quelli che, magari, hanno sempre voluto conoscere il tema della sessualità, ma che non hanno avuto una Mario a cui chiedere. 

Ci siamo così date appuntamento al caffè Renzelli, già illuminato dalle lucine e dalle decorazioni natalizie e tra un caffè, un succo e due bei bignè al cioccolato, ha preso vita la nostra chiacchierata informale sulla sessualità. 

Ho deciso di proporti questa intervista non solo perché sei il mio punto di riferimento in materia di sessualità, ma anche perché data la tua storia personale e da attivista per i diritti della comunità LGBTQ+ di Cosenza, molte persone potrebbero trarre giovamento dalle tue parole e magari cominciare ad aprirsi a questo tema.

Sono Onorata. [Ride]

La prima domanda è: cos’è la sessualità? E cos’è la sessualità per te? Se c’è una differenza…

La sessualità per me, ma penso anche per l’umanità intera, è una componente essenziale dell’essere umano; perché l’uomo si esprime attraverso di essa anche per costruire relazioni.

Prova ad immaginare di essere in classe [Mario insegna francese n.d.r], come spiegheresti cos’è la sessualità ad uno dei tuoi allievi?

Quando pensiamo alla sessualità ci viene automaticamente da pensare anche ad un corpo, quindi se ne potrebbe fare un discorso scientifico anche basato sulla biologia, illustrando le differenze tra i sessi. [Ride] e qui nel mondo LGBT cominciamo ad avere delle “problematiche” [Ridiamo entrambi]. 
Sappiamo che biologicamente esistono due sessi, maschile e femminile, ma in realtà esistono anche delle entità biologiche che si vanno a mettere tra queste due possibilità. Possiamo qui già introdurre un termine finestra che è l’intersessualità. 
Tra i due sessi possono esserci quindi varie sfumature.

Cosa vuol dire l’acronimo LGBTIQ+?

L’acronimo è il riassunto delle varie sfumature della sessualità. E’ un termine ombrello che raccoglie una pluralità di voci. Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Intersessuali.

La Q?

La Q sta per queer ed è per chi ancora di più non vuole definirsi ma io, in genere, non la metto in questo acronimo perché per me sta ad indicare più una questione di filosofia, mentre le restanti lettere definiscono dei corpi e delle vere e proprie identità. Forse io su questo tema sono un po’ più conservatrice, anche perché ci vuole un po’ di tempo per abituarsi, anche linguisticamente, a tutte le sfumature, rimanendo pur sempre accoglienti ed inclusivi. 
In America per esempio va molto l’uso del pronome “They” [loro, terza persona plurale n.d.r] per indicare chi rientra in una di queste sfumature. L’altra sera c’è stato un episodio di Grey’s Anatomy [famosa serie medical americana n.d.r] in cui il povero Dottor Weber passava per un troglodita perché non riusciva ad utilizzare il pronome plurale per rivolgersi ad un paziente LGBTIQ+ [Ridiamo entrambi].  Noi in italiano siamo fortunati perché possiamo utilizzare il vecchio “voi” senza scontentare nessuno.

Cosa sta a significare la +?

La + rappresenta l’infinità di identità che possono essere individuate; come la A degli asessuali. Le sfumature aumentano sempre più perché è giusto che le persone si vadano a definire come meglio credono. Potenzialmente le lettere possono essere infinite, come sono gli esseri umani.

Quando si parla di sessualità, una delle domande più frequenti è qual è la differenza tra identità di genere e orientamento sessuale. Mi spiegheresti?

Entrambi sono aspetti della sessualità umana. L’identità di genere è legata alla apparenza. Per intenderci maschio, femmina o qualcosa tra queste due polarità. L’identità di genere però non definisce l’orientamento sessuale che può essere eterosessuale, omosessuale, bisessuale.

Essendo tu trasgender, la sessualità per te non è solo un argomento di conversazione, ma una parte molto importante della tua vita. Vorrei che mi parlassi di come la questione della tua sessualità entra nella tua vita quotidiana anche lavorativa.

Sono quella che si potrebbe definire: una rappresentazione plastica della diversità. Il seno è spuntato all’età di 10 anni e, diversamente da altri, non ho mai potuto nascondermi perché il mio corpo rappresentava una fisicità diversa che andava a creare interrogativi e discriminazioni. 
Mi definisco trasgender, non perché amo gli anglismi, ma perché è un termine che va a spiegare bene quello che io sono. Transgender infatti significa oltre il genere, mi inserisco tra le due polarità di maschile e femminile, ma non sono completamente nessuna delle due. Poi mi identifico naturalmente nei ruoli collegati ai generi, che sono costrutti sociali. I ruoli maschili ed i ruoli femminili sono connotati da lavori, da attitudini, da secolarizzazioni di varie cose. Io mi sento una donna, ma ora che la cosa va anche bene ed è più socialmente accettata, riesco a vivere anche meglio la mia condizione tra i due sessi. Se alla fine un giorno voglio tenermi la barba perché magari “mi sicca a ma fa” o piuttosto i peli delle gambe, posso essere un po’ più libera. Forse se diventassi una donna conclamata [ride] subirei la pressione sociale del radermi.

[Ridendo] Rivendico, da donna etero, il diritto di non radermi. E’ lecito non fare i peli.

Ritornando su un piano un po’ più generale, secondo te, si parla abbastanza di sessualità? E se la tua risposta è sì, se ne parla nella maniera opportuna?

Se ne parla, se ne deve parlare e se ne dovrà parlare sempre più probabilmente perché parlarne aiuta le persone a capirsi ed a definirsi. Volendo scendere in altri discorsi potremmo anche dire che talvolta questa eccessivo etichettamento potrebbe portare, da un altro lato, ad una ricerca ossessiva di una tassonomia, una classificazione. Noi abbiamo cercato in anni di attivismo di costruire varie etichette in modo da superare il binarismo, ma qui si va forse creando una estrema parcellizzazione. Ci può stare e l’acronimo LGBTIQ+ può comprendere una moltitudine di lettere, però forse poi si estremizza molto la categorizzazione.

Quindi tu sei più per lasciare una sorta di indefinito, evitando di mettere troppi paletti?

Si, si, si. LGBTI+ per me andrebbe già bene. Siamo esseri umani, ci evolviamo. Magari da più piccoli abbiamo bisogno di categorizzarci sempre di più in una L, in una G, in una T, ma poi crescendo ci possiamo anche rendere conto che siamo creature complesse e che quelle sono solo etichette che ci vincolano un po’. Credo che ci serva molto più da giovani, anche per far capire agli altri chi siamo. Questa cosa però rischia di confondere chi si approccia a noi. Noto spesso che si creano troppi problemi nell’approcciarsi alla comunità LGBTIQ+. Capisco il bisogno di definirsi, di cercare anche i pronomi giusti che ci definiscano, ma se una persona si rivolge a te per la prima volta, è possibile che sbagli il pronome di riferimento. In una situazione del genere non mi sento misgenderato. Misgenderato è un termine caro ai giovani. Sarebbe opportuno chiedere il pronome che si vuole, ma non sempre si ha la confidenza giusta per porre questa domanda e si può sbagliare, anche se si è in buona fede.

Questo accade forse perché ti preoccupi più della qualità che della forma della conversazione. Presumo sia meglio che un pensiero abbia il pronome sbagliato, ma sia un pensiero positivo nei tuoi confronti, che il pronome giusto accompagnato da un insulto.

Si, esatto. Anzi ti dirò di più, visto che prima abbiamo parlato di discriminazioni. Se una persona subisce discriminazioni è un po’ come se le introiettasse tutte, quindi dovrebbe essere pronta a comprendere meglio gli altri. Noi possediamo gli strumenti per capire, possiamo capire questi “mostri eterosessuali” che magari ci danno il pronome sbagliato. Possiamo essere empatici ed un po’ più indulgenti.

Termina qui la prima parte della nostra chiacchierata.

A proposito dell'autore

Rosamaria Trunzo

Assistente sociale, sognatrice incallita, idealista per nascita ed irriverente per vocazione. Ama leggere, guardare le maratone di Mentana su la7, i telefilm, il cinema, le arance amare e la politica. Dai posteri verrà ricordata per l'autoironia e la propensione alle battute a doppio senso.

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