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Maria Luisa Terrenzio ci racconta la filiera etica del pomodoro

Art. 35co.1 Cost.  
“La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.”

Il 4 e il 6 agosto 2018, a seguito di due incidenti stradali, perdevano la vita sedici braccianti agricoli a bordo di furgoncini dei caporali, mentre tornavano dalle campagne dove avevano lavorato per meno di 2€ all’ora. 
A distanza di circa un anno da quella triste strage e a tre anni esatti dall’entrata in vigore della legge 199/2016 di contrasto al caporalato, il percorso per debellare le c.d. agromafie è ancora solo sulla carta e necessita di tutto l’aiuto possibile. 
Le associazioni NoCapRete per la Terra, unite dalla medesima volontà di restituire dignità ai lavoratori, circa un mese fa hanno dato il via al progetto IAMME – Liberi di scegliere.

Si tratta della prima filiera etica italiana, che vede coinvolte circa 20 aziende agricole private e oltre 100 braccianti extracomunitari provenienti da ghetti e baraccopoli del Metapontino, di Siracusa e della Capitanata.
I lavoratori sono stati assunti con contratti di lavoro regolari dalle aziende aderenti al progetto, che hanno offerto loro visite mediche, idonei mezzi di trasporto, cautele antiinfortunistiche nei campi di raccolta e soprattutto le garanzie dei contratti collettivi di categoria. 
I prodotti raccolti nelle campagne, lavorati e confezionati, riportano la matrice etica NoCap ed il marchio IAMME e saranno commercializzati a partire dal 12 Novembre dal gruppo di acquisto Megamark, che ha oltre 500 punti vendita nel sud Italia (Famila, Dok, A&O, Sole 365…). 

E’ un progetto coerente in tutte le sue parti. Non solo dignità per i lavoratori, ma anche percorsi virtuosi di sostenibilità ambientale.
In Capitanata, per esempio, è stata creata la prima filiera etica della passata di pomodoro biologica grazie alla collaborazione con Prima Bio, cooperativa agricola biologica nata da più di 20 anni e da sempre sensibile alle esigenze e alle problematiche del territorio. Prima Bio, aderendo al progetto, ha assunto 40 braccianti agricoli provenienti dai centri di accoglienza del Foggiano. 

Raccolta del pomodoro PrimaBio

Abbiamo incontrato la 26enne Maria Luisa Terrenzio, figlia del Presidente della cooperativa Prima Bio e oggi responsabile commerciale della linea delle conserve dell’azienda. Dopo aver frequentato l’università lontana da casa ed aver conseguito la laurea magistrale in Economia e Direzione delle Imprese nel 2017, Maria Luisa è tornata in Capitanata per lavorare nell’azienda di famiglia, dove quotidianamente offre il proprio contributo innovativo.

Ciao Maria Luisa. Di cosa ti occupi in PrimaBio e cosa è cambiato da quando sei entrata tu? 
Il Core Business di PrimaBio è sempre stato ed è tuttora l’ortofrutta biologica, in particolare broccolo, cavolo ed asparago. Nel 2016 l’azienda ha effettuato la prima produzione di passata di pomodoro biologica, dando vita all’attuale linea di conserve di cui curo la gestione dal 2017. Mi occupo di tutto ciò che riguarda la commercializzazione, dal piano di marketing (online ed offline), al packaging delle conserve, alla partecipazione a fiere nazionali ed internazionali. Gestisco inoltre tutte le pagine social dell’azienda in modo che anche il privato possa entrare in contatto con noi e seguire ciò che facciamo, dalla semina in vivaio fino al prodotto finito.
Cerco di curare anche le piccole cose, come la possibilità del’ utilizzo della colla vegetale o di un il packaging di cartone per essere in linea con un modo di pensare giovane e attento alle problematiche ambientali. Posso affermare che i riscontri positivi ci sono, sia come prodotto che come politica commerciale e di questo sono molto orgogliosa. 

Credi che i riscontri positivi derivino anche dalle nuove tendenze dei consumatori, più attenti e sensibili all’etica e alla sostenibilità? Sicuramente è sempre maggiore il numero di coloro che pensano “mangio di meno, mangio meglio” e anche la Piccola Distribuzione Organizzata ha compreso questa tendenza. Il nostro, però, è un settore molto difficile: la passata di pomodoro è un prodotto inflazionato, la trovi a €0,39 sugli scaffali della Grande Distribuzione Organizzata, così come trovi le eccellenze pugliesi, siciliane e campane a oltre €3,00. Noi ci inseriamo in questo mercato dando valore al nostro prodotto, garantendo una filiera corta (KM ZERO) ed etica, certificata NoCap.  Nonostante tutto, essendo il potere di acquisto dei consumatori basso il problema resta comunque e la GDO rimane vincente.

Cosa avete in mente per il futuro? 
La frase “noi li seminiamo, noi li coltiviamo, noi li trasformiamo” è alla base del nostro operato quotidiano. Il nostro obiettivo principale è tutelare il nostro KM ZERO su tutti i fronti. Nel futuro vorremmo poter parlare anche di KM VERO dove il fattore umano ricopre il ruolo principale. Nella nostra visione futura rientrano lo sviluppo del welfare aziendale e l’inclusione di stranieri, diversamente abili e disagiati socialmente. Il progetto IAMME è un ottimo punto di partenza per implementare l’inclusione sociale e proporre un prodotto sano, etico e biologico ad un prezzo giusto per tutti. 

Mi racconti di IAMME? 
L’associazione NoCap, presieduta da Yvan Sagnet, insieme a Rete per le Terra ci ha proposto di partecipare a questo esperimento. Abbiamo avuto i nominativi delle persone interessate a lavorare e ne abbiamo assunte 40, che hanno partecipato alla raccolta del pomodoro, poi confezionato con il marchio IAMME. I lavoratori sono rimasti con noi anche per la restante raccolta non rientrante nel progetto accordato e che quindi è tutta NoCap. Abbiamo messo a loro disposizione bagni chimici, guanti e tute da lavoro. La Regione Puglia ha predisposto dei bus per il trasporto dai centri di accoglienza alle nostre campagne. Una delle cose che ci è piaciute di più è stata la partecipazione attiva del Gruppo Megamark, una delle più grandi catene distributive del Sud Italia, che porterà l’innovazione della filiera etica nei suoi punti vendita. Siamo orgogliosi che questo progetto pioneristico nasca in meridione. Ci auguriamo comunque che il nostro esempio diventi modello da seguire nel settore agroalimentare italiano. Il progetto non ha avuto alcun ritorno economico significativo, al contrario abbiamo sostenuto molte spese ma se il valore etico viene percepito da tutti ci sono buone prospettive di crescita. Infatti lo porteremo avanti nel prossimo futuro, anche mediante una collaborazione con Goodland il cui presidente e co-founder è il dott. Lucio Cavazzoni.

Pensi che la normativa attuale sia deterrente per il caporalato? Conosci di episodi attuali? 
Purtroppo noi sappiamo ancora di episodi di questo genere. Il fenomeno si intensifica nel periodo estivo, quando c’è la raccolta del pomodoro. La provincia di Foggia, inoltre, è un territorio fertile per il caporalato data anche la morfologia stessa del territorio. Da un lato, la manodopera manca proprio, nessuno vuole coltivare la terra in maniera tradizionale e non c’è un ritorno generazionale; anche per questo l’agricoltura di precisione si sta diffondendo nel territorio italiano mediante utilizzo di sonde nel terreno, droni, intelligenza artificiale applicata a motrici agricole. L’implementazione tecnologica limiterebbe il caporalato, ma chiaramente è un processo lungo e ancora in una fase sperimentale.
Dall’altro, l’agricoltore ha dei costi fissi da sostenere (gasolio, mezzi agricoli, piante, irrigazione, concimi); anche il capitale umano è un costo fisso o almeno dovrebbe essere così anche se alcuni imprenditori agricoli lo considerano un costo variabile e cercano di abbatterlo. Quando vedete una passata di pomodoro a €0,39 al supermercato, quel prodotto è caporalato al 99% perché è impossibile un prezzo di questo genere in condizioni normali. 

Cosa deve cambiare secondo te?
Ciò che deve cambiare sicuramente è la percezione del prodotto da parte del consumatore. Il consumatore deve capire che quello che mangia non è solo quello che c’è in un barattolo di vetro ma tutto ciò che gli sta intorno e, in generale, deve approcciarsi in modo diverso all’ambiente che lo circonda.  Se i consumatori lo comprendono, i prezzi tendono ad allinearsi e il settore primario può liberarsi dello sfruttamento nelle terre di lavoro. 

Immagino tu abbia avuto un contatto diretto con i braccianti assunti con il progetto. Cosa ti è rimasto più impresso?
Vedi, non sono tanto le loro parole o le loro storie ad avermi toccato. Quelle si sentono in televisione e ormai purtroppo siamo abituati quasi a sentire la triste routine che li porta nei vari centri d’Italia. La cosa che più mi è rimasta impressa è stata la loro gioia nel lavorare ad un giusto prezzo e di vedersi riconosciuto il valore che ogni persona dovrebbe avere garantito. Il giorno in cui sono venuti a firmare il contratto, si vedeva nei loro occhi la felicità di essere trattati dignitosamente, soprattutto nelle piccole cose che abbiamo fatto insieme, come il semplice caffè offerto o lo scambio di una battuta.Ho colto in quei giorni la piena essenza della frase “il lavoro nobilita l’uomo”. 

Art. 36 co.1 Cost.
“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e 
qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”

Maria Luisa ha 26 anni, lavora in un’azienda che rispecchia la tendenza attuale e crescente delle scelte dei consumatori e che, tramite questo progetto, ha scritto un pezzo importante di storia italiana in materia di diritti umani. Durante la nostra conversazione ho percepito tutta la sua passione, il suo orgoglio e soprattutto la voglia di fare cose utili per tutti sfruttando a pieno il suo bagaglio culturale, accademico ed ideologico. 
La violazione dei diritti dei lavoratori è un problema grave e, purtroppo, molto attuale. I controlli scarseggiano e c’è un tacito consenso che fa guadagnare pochi “schiavisti” a discapito delle vite di molti. Speriamo che progetti del genere possano diffondersi in tutto il territorio nazionale e che gli imprenditori capiscano che c’è un costo fisso che non può e non deve essere abbattuto: la dignità umana! 

A proposito dell'autore

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Classe 1993. Nata a Caserta, vive a Roma dove si è laureata in Giurisprudenza. Aspirante magistrato. Ama il diritto penale, la sua squadra di futsal e la scrittura. Dal suo profilo FB: «Io è una vita che scrivo. Nei diari segreti e in quelli di scuola, nei quaderni a quadretti, al pc, sui muri. Ovunque e in qualsiasi momento io senta l’esigenza indifferibile di cristallizzare un istante. Dipingo le pagine con i colori di parole a casaccio, di flussi di pensiero non sempre grammaticalmente corretti, vomitati con gioia o mentre piango a dirotto o mentre mi annoio. Io è una vita che vomito» Simpatica, creativa, alla mano, un po’ imbranata, molto permalosa.

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