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Ultimamente, ha fatto molto discutere una dichiarazione del Ministro Bellanova la quale, preoccupata dalla ‘senilizzazione’ del settore agricolo e dalla piaga atavica della disoccupazione giovanile, aveva suggerito ai giovani di tornare a lavorare la terra. Si tratta del caro vecchio “tornate a zappare” che, sebbene sia un’espressione percepita il più delle volte negativamente, presenta – come tutte le medaglie – un’altra, misconosciuta, faccia.

Tornare a zappare, nell’ottica (pseudo) neoliberista del comune sentire, ha da sempre costituito un fallimento. La retorica novecentesca del padre che si sacrifica nei campi per far studiare il figlio in città ed assicurargli così un futuro migliore ha generato un’evidente ritrosia delle nuove classi a immaginare prospettive di vita basate sull’agricoltura. Questo potrebbe farsi dipendere, semplificando, dall’imperversare della logica capitalistica di matrice occidentale, madre naturale del materialismo consumista, ma il discorso si farebbe lungo e svierebbe l’attenzione. L’aria, infatti, sta decisamente cambiando: ad oggi, otto italiani su dieci si direbbero contenti se il figlio decidesse di lavorare in agricoltura. Allora riflettiamo, senza cadere in bucolicismi: è davvero un fallimento per un trentenne – magari laureato – costruire la propria vita lontano dai ritmi frenetici della metropoli e dagli orari asfissianti dei lavori di ufficio e dedicarsi all’agricoltura, con ciò mutando radicalmente il proprio stile di vita e riparametrando le proprie abitudini in base ai ritmi e alle esigenze della terra?

Sembra che molti trentenni non la pensino così. Non si tratta, però, di una provocazione generazionale o di quell’idea (mal spiegata o mal capita, chissà) di decrescita felice, che condurrebbe a leggere questo ritorno nei campi come un atto di disobbedienza civile à la Thoreau. Sono, al contrario, i dati che mostrano il successo e le potenzialità di questa rinnovata tendenza.

Secondo un’indagine Coldiretti, presentata al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione di Cernobbio, nel 2018 le imprese agricole condotte da under 35 sono aumentate del 5% rispetto all’anno precedente e, se guardiamo a tutti i mestieri legati all’agricoltura e non solo a chi conduce le imprese, i giovani occupati sono cresciuti di quasi il 50% negli ultimi tre anni; questo dato va letto alla luce dei dati più recenti Istat relativi alla disoccupazione giovanile: ad aprile 2019 il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) sembra salire di poco più di mezzo punto rispetto al marzo precedente. Il minimo si toccò nel 2007, prima della crisi, dove i giovani disoccupati erano poco più del 20%, mentre il massimo si registrò nel 2014, con il 44% circa di giovani disoccupati. Oggi, siamo intorno al 31,4% ma, ad ogni modo, è facile notare come il dato relativo ai giovani occupati in agricoltura sia in netta controtendenza rispetto a quello relativo all’occupazione giovanile totale. Per giunta, ciò che stupisce maggiormente è la composizione della platea: molti giovani che “tornano a zappare” non sono figli di contadini e non hanno appezzamenti di terreno ereditati dai familiari anzi, spesso, si tratta di new entry, ossia giovani che vedono nell’agricoltura un settore che offre opportunità occupazionali e di crescita professionale, nonché incentivato dalla crescente importanza del made in italy come asset di distintività nazionale. Si parla anche di new farmers, cioè figure professionali e imprenditoriali provenienti da altri settori, che investono in agricoltura proprio in funzione delle novità e del progresso che sta interessando il comparto.

Tutto ciò, naturalmente, si riflette sui percorsi di studio: benchè gli iscritti ai corsi universitari scendano nel loro totale, le facoltà di agraria registrano un +14,5% di iscritti, con una distribuzione degli atenei che offrono corsi di agraria o di veterinaria pressoché omogenea: 86 facoltà al Nord, 71 al Sud e 56 al Centro. Molti giovani sono convinti che le nuove tecnologie e le possibilità offerte dalla crescente specializzazione delle competenze possano condurre alla creazione di un nuovo modello di impresa e, perché no, di un nuovo modello economico sostenibile e imperniato sull’intelligenza artificiale e i big data.

Di esempi se ne sprecano: dalle strutture multifunzionali hi-tech agli agri-asili, dalle esperienze degli Agricoltori-Custodi della Biodiversità a quelle relative all’agricoltura sociale. Ciò che deve essere evidenziato, comunque, è che non stiamo parlando di una ‘grande scommessa’. Numeri alla mano, anzi, le imprese agricole condotte da under 35 sono per lo più esperienze di successo: parliamo di imprese che vantano circa il 54% in più della superficie media delle altre imprese agricole, fatturano il 75% in più e assumono il 50% in più rispetto alle medie del settore che è, ricordiamolo, settore aciclico.

Occorre chiedersi, allora, quali siano i fattori del successo. Innanzitutto, l’approccio culturale: un conduttore di un’impresa agricola con meno di 35 anni fa parte di una generazione cresciuta con Internet, e questo elemento è cruciale. Sia da un punto di vista di input (si pensi alle competenze specialistiche, all’agricoltura di precisione, alla contaminazione culturale) che di output (perfino il food-blogging costituisce ormai l’essenza del marketing in campo agroalimentare), Internet ha rivoluzionato l’approccio alla terra, lo studio delle coltivazioni, i meccanismi di pubblicizzazione e vendita dei prodotti. Secondo il Rapporto dell’Osservatorio Smart Agrifood della School of Management Polimi e del Laboratorio Rise Unibs, il mercato italiano della c.d. Agricoltura 4.0 (evoluzione dell’agricoltura di precisione) rappresenta un settore in forte espansione e, ciò che interessa ancor di più, è che l’adozione di soluzioni hi-tech – necessaria in un’era in cui l’aumento demografico genera l’aumento di domanda alimentare – è indipendente dal titolo di studio o dall’età del conduttore dell’impresa. L’Osservatorio ha mappato circa cento imprese del settore, evidenziando come circa il 49% delle aziende monitorate offra soluzioni avanzate basate su Internet of Things, domotica, robotica, droni, tecniche di precisione, con ciò rendendo affascinante il nuovo modello della c.d. Internet of farming, ossia quell’integrazione tra internet delle cose e gestione e analisi dei flussi di dati che conduce a nuovi processi e nuove forme di business. Unica nota stonata, resta il fatto che tutte queste capacità, spesso convogliate in start-up innovative, soffrono del finanziamento medio più basso in Europa. Per iniziare l’attività, infatti, i giovani agricoltori possono contare sui fondi europei ma, d’altro canto, trovano molta difficoltà ad acquistare la terra, poiché le superfici arabili in Italia sono le più care d’Europa (media di 40.150 euro all’ettaro), ragion per cui spesso i giovani imprenditori ricorrono all’affitto.

Per ovviare a tale problema, comunque, esistono varie e interessanti iniziative nazionali, come quella della Banca delle Terre agricole, affidata a Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), che mira a dotare i giovani agricoltori di aziende “pronte all’uso” e di meccanismi agevolati di accesso al credito.

Tanto ci sarebbe ancora da dire, e molto ancora da scoprire, ma possiamo senz’altro parlare di un ‘miracolo occupazionale’ che dà speranza all’economia italiana e che, senza cadere nelle facilonerie che tenderebbero a qualificare i giovani agricoltori come neoromantici un po’ fricchettoni, rappresenta motivo di studio, approfondimento e – soprattutto – stimolo.

E allora, se è vero quello che diceva Gandhi, cioè che <<Dimenticare come zappare la terra e curare il terreno significa dimenticare sé stessi>>, torniamo alla terra proprio nel momento in cui pare ci stiamo dimenticando di chi siamo.  

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